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La Ricerca Psichica
Corso di parapsicologia


Dott.Felice Masi

A.I.S.M.  Associazione  Italiana  Scientifica  di  Metapsichica
Già Società Italiana di Metapsichica (S.I.M.) fondata a Roma il 26 maggio 1937 dai dottori
Emilio Servadio, Ferdinando Cazzamalli, Giovanni Schepis e Luigi Sanguineti. La parapsicologia (raramente detta metapsichica) è la disciplina che si propone di studiare con metodi scientifici tre categorie di fenomeni anomali: poteri psichici, interazione tra mente e materia e sopravvivenza alla morte. La parapsicologia non è lo studio di ogni fenomeno paranormale, nonostante si occupi di dimensioni e di fenomeni inerenti a processi estranei alle comuni e note leggi fisiche e alle esperienze sensoriali, ma comunque attribuibili alla psiche dell'uomo.

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RICERCA PSICODINAMICA CON AYAHUASCA.

Di MARGNELLI MARCO

 

Nel 1992-93 la SISSC decise di condurre un lavoro sperimentale sugli effetti dell’ayahuasca. Uno dei soci fondatori, Antonio Bianchi, medico ane­stesista, spesso in viaggio nelle regioni amazzoniche e andine, era venuto in contatto con numerosi curanderos che facevano uso di questa bevanda, nota anche come “vino dell’anima” o “liana della morte” (in lingua guacha “anima” e “morte” sono la stessa parola) e, successivamente, era venuto in contatto con i membri della Uniao de Vegetao, una setta sincretista, mol­to diffusa in Brasile, che usa la bevanda come strumento iniziatico/evolutivo. Bianchi era rimasto molto impressionato dalla costanza e dalla predittività degli effetti della bevanda e poiché questa non era considerata una “droga” e si poteva importare liberamente, propose che la SISSC iniziasse delle ricerche addirittura in collaborazione con la Uniao de Vegetao.

L’idea piacque all’allora Comitato direttivo e si fecero varie riunioni per met­tere a punto il progetto e poi tre sedute sperimentali nel corso delle quali vari Soci volontari ingerirono la bevanda e si sottoposero ai test che erano stati decisi.

I risultati di queste ricerche furono comunicati al II Congresso Internaziona­le per lo Studio degli Stati Modificati di Coscienza a Lérida nel 1994, con il titolo: “Preliminary results of a study on the psychodynamic effects of ayahuasca” a firma di Maria Clotilde Rossi, Antonio Bianchi, Bianca Braggio, Gilberto Camilla, Francesco Festi e Marco Margnelli.

Considerati i mezzi a disposizione e le possibilità operative, era stato deci­so di studiare gli effetti psicodinamici della bevanda e poiché questi abi­tualmente vengono valutati con dei questionari somministrati dopo l’espe­rienza, si discusse a lungo sull’opportunità di aggiungere alla letteratura già pubblicata un doppione di effetti già noti. Si desiderava fare qualcosa di meglio se non qualcosa di originale e innovativo.

Alla fine nacque l’idea di paragonare tra loro due test di Rorschach, sommi­nistrati allo stesso soggetto, uno prima dell’esperienza e l’altro al picco degli effetti della bevanda. In tal modo, il primo test veniva a costituire una sorta di condizione di riferimento, mentre il secondo avrebbe rivelato le variazioni indotte dagli alcaloidi dell’ayahuasca.

Come è noto, il test di Rorschach, detto anche “test delle macchie d’inchio­stro”, è un test proiettivo che consiste in 10 tavole (sulle quali ci sono effet­tivamente delle macchie d’inchiostro) che vengono presentate in un ordine prestabilito e che il soggetto deve interpretare seguendo la sua immagina­zione e cioè dicendo cosa vi vede e quali associazioni le figure gli fanno venire in mente.

Il test è in uso clinico da più di mezzo secolo e perciò è stato tarato su migliaia di soggetti. L’interpretazione delle risposte viene fatta dopo una loro classificazione in categorie (animali, persone, situazioni, colore, movimen­to, eccetera) ciascuna delle quali ha un provato significato psicologico.

Il test rivela principalmente l’abilità (ma anche la capacità e la fantasia) nel costruire immagini mentali partendo dalle figure delle tavole che, in realtà, sono proprio macchie informi di inchiostri colorati. Il tempo e la pratica hanno fatto attribuire a ciascuna tavola un nome, perché la media delle risposte delle migliaia di soggetti che hanno subito il test cadeva in una precisa area di significati.

Ciascuna tavola contiene dei messaggi subliminali che si riferiscono alle autodifese che ciascuno di noi costruisce per difendersi da quanto lo ango­scia, perché non lo ha capito o perché lo ha traumatizzato. L’idea che aveva suggerito di confrontare tra loro i risultati di due test uguali ma subiti in due stati diversi della coscienza era che mentre i test a questionario indagano su “che cosa succede” questa procedura poteva permettere anche qualche ipotesi sul “come e perché” succede.

In altre parole, se in stato di coscienza ordinaria, nella tavola che ricorda i genitali femminili il colore rosso viene ignorato perché innesca sgradevoli associazioni con il sangue mestruale o perché innesca sgradevoli ricordi autobiografici con la violenza del parto e invece, al picco dell’effetto dell’ayahuasca, il colore rosso diventa oggetto di profonda attenzione e di accurata elaborazione significa che sono cadute delle barriere, che si è creato un coraggio introspettivo che prima non c’era e che si è creata una disponi­bilità a rielaborare esperienze problematiche che nello stato di coscienza ordinaria venivano differite o trasposte.

Queste dinamiche psicologiche, se vere, potrebbero giustificare sia il signi­ficato iniziatico che gli sciamani amazzonici attribuiscono agli effetti dall’ayahuasca, quanto giustificare la funzione evolutiva che l’uso dell’ayahuasca avrebbe sulla psiche individuale come sostengono gli adep­ti dell’Uniao de Vegetao. Nel primo caso, diventare coscienti dell’origine di conflitti “incoscienti” che hanno “bloccato” la libera vita psicologica, as­somiglia al processo catartico dell’esperienza psicoanalitica oppure alla “il­luminazione” che può essere raggiunta attraverso un processo autoanalitico o, anche, all’accettazione di pulsioni aggressive o fortemente affermative, che la coscienza ordinaria non può accettare, mentre quella “modificata” accetta come varianti di una realtà potenziale o come opzioni di una realtà più ampia e impersonale di quella che la miopia dell’egoicità aveva impedi­to di vedere e che offre vie di fuga, percorsi alternativi o insperati compro­messi salvifici, con la ricchezza e la fantasia proprie della migliore creativi­tà. Nel secondo caso, l’uso sistematico della bevanda, proprio grazie a tali meccanismi psicodinamici permetterebbe una crescita interiore costellata di problemi interiori piccoli e grandi affrontati e superati fino al loro esauri­mento.

L’ayahuasca che il gruppo sperimentale aveva a disposizione era stata for­nita da uno dei dirigenti brasiliani delI’Uniao de Vegetao. Era conservata in un bidoncino di plastica e purtroppo non si riuscì a farne dosare il contenu­to dei principi attivi.

Le sedute sperimentali avvennero in ampie case di campagna messe a di­sposizione da una volta con l’altra da uno dei membri del gruppo.

Si osservarono alcune regole dietetiche ed igieniche suggerite in tali casi, quale quella di ingerire il vino dell’anima a digiuno da almeno otto ore, dopo essersi astenuti dall’alcol almeno da un giorno, essere ben riposati e così via. I primi effetti dell’ayahuasca, infatti, sono piuttosto sgradevoli.

Si vomita, si diventa molto inquieti o angosciati, si hanno attacchi violenti di diarrea o ci si ritrova con l’addome gonfio di gas che l’intestino fatica ad espellere. Sono effetti che durano circa due o tre ore e vengono minimizzati (ma non aboliti) dal digiuno o dalle altre precauzioni igieniche di cui si è detto. In totale parteciparono all’esperimento circa 20 volontari che bevve­ro una dose di ayahuasca corrispondente a circa due bicchieri.

I risultati dell’esperimento furono molto netti se non addirittura superiori alle aspettative. In generale sotto l’effetto dell’ayahuasca l’interpretazione delle tavole divenne più ricca, più dettagliata e più creativa di quanto era avvenuto nel test preliminare. I soggetti tendevano a sostare su ogni figura molto più a lungo delle medie abituali, sia ricordando l’interpretazione che avevano dato nel primo test che arricchendola e correggendola, sia dando nuove interpretazioni. L’aderenza formale alle tavole era conservata, nel senso che ogni tavola continuava a evocare il significato recondito che, come si è detto, gli è stato riconosciuto dalle migliaia di individui sottoposti nel tempo al test cosicché le interpretazioni e le associazioni concettuali erano coerenti con il significato generico di ogni tavola. Era però più ricco.

NeI 90 per cento dei test di picco comparvero contenuti biografici primari profondi, come ricordi delle relazioni con i genitori, traumi psicologici, pulsioni aggressive nei confronti dei padri o delle madri, esperienze emo­zionali represse e così via, proprio come se l’ayahuasca avesse dissolto delle barriere censorie e questi contenuti fossero stati lasciati liberi di dila­gare nella coscienza senza causare angoscia o malessere.

Questi contenuti, nei primi test erano comparsi in percentuale assoluta­mente minore. Per esempio, alla seconda tavola (che evoca il tema della separazione/differenziazione) un soggetto, nel primo test aveva detto che gli faceva venire in mente “due persone asessuate” mentre nel test di picco disse “due peni rossi. Mestruazioni esplosive”, passando da un commento cauto (ma centrato sul tema) ad una percezione intensa della differenziazione sessuale maschile/femminile.

Un altro, sempre alla seconda tavola, nel primo test commentò “Una ma­schera”, nel secondo “Una faccia triste che piange; i bianchi tra i rossi sono gli occhi; sotto c’è la lingua, anche perché è rossa; oppure è qualco­sa che viene vomitato”, passando da una percezione impersonale e affetti­vamente poco pregnante ad una ad alto contenuto empatico a sfondo depressivo. Ad un terzo soggetto, la stessa tavola indusse un’esperienza simile e mentre nel primo test disse: “Una maschera grottesca”, nel secon­do vedeva “nel rosso un gioco geometrico che si espande e diventa occhi, occhi che esprimono molto dolore”.

Non sempre l’ayahuasca sblocca le difese, come del caso di un soggetto al quale prima dell’assunzione della bevanda la tavola faceva venire in mente “Un muso di gatto” mentre nel test di picco disse:”rispetto a prima mi attira molto; ci vedevo la faccia di un gatto; adesso proprio no; bella la punteg­giatura rossa sul nero, senza significato ma bella; sfumatura con punti ros­si; infiniti punti rossi in un nero profondo” dimostrando una difesa dal con­tatto con contenuti angosciosi mediante una elaborata verbalizzazione de­scrittiva.

Il carattere estetico delle associazioni sembra proteggere l’io da un’elabo­razione su contenuti più emozionali. Alla terza tavola del Rorschach, che rappresenta la relazione e quindi i ruoli, l’identificazione sessuale e il vissu­to rispetto ai genitori, alcuni soggetti reagirono in modo altrettanto psico­dinamicamente modificato. Un primo soggetto (di sesso maschile), al test preliminare, vide “due donne che cucinano” mentre nel test di picco vide “due negre tettute; scavano nel cervello di qualcuno; esce qualcosa”, sug­gerendo il passaggio da una percezione stereotipata del femminile, legata alle funzioni nutritive (bisogni orali) ad una più arcaica istintiva-regressiva (seno come allattamento) ad una creativa, forse alludente alla procreazione (dal cervello esce qualcosa).

Questa interpretazione, come quella che segue, sono molto interessanti, perché segnalano un fenomeno psicodinamico in parte inatteso, e cioè l’emersione di ricordi/associazioni/vissuti sul parto e sulla nascita, e costi­tuiscono uno dei risultati più interessanti della ricerca.

Il secondo esempio di tale dinamica profonda è la risposta alla terza tavola di un soggetto che al primo test aveva detto:”donne piegate su un vassoio, oppure danzatrici negre; potrebbero battere un tamburo; potrebbe essere anche un vaso” mentre nel test di picco disse:”primo impatto, sempre quelle già descritte; poi un alieno, quasi come se volesse proteggersi; due occhi scuri; poi questi occhi scuri, questo cuore incredibile; è bello, è convin­cente per questo rosso; le due donne che prima battevano il tamburo ora afferrano la maschera di un uomo e se la contendono: la lacerazione di Dioniso; questa maschera ha un’espressione distaccata; e poi c’è questa cosa che esce ed è i1 messaggio del gigante; mi piace un sacco; il parto; un messaggio”.

Il passaggio psicodinamico da una elaborazione genericamente estetico-difensiva ad una simbolica su temi più emotivamente coinvolgenti può es­sere paragonato a quello del soggetto precedente, ma l’allusione al parto è troppo diretta per passare inosservata.

La rimozione delle censure nei confronti ditemi psicologici delicati è stata comunque sempre molto evidente, indicando con chiarezza che anche l’ayahuasca possiede i cosiddetti “effetti psicolitici” di molte sostanze psicoattive, effetti che vari psicoterapeuti hanno proposto di sfruttare per rendere le terapie più rapide e profonde. Molto significative in tale direzione sono le interpretazioni alla quarta tavola del Rorschach che evoca il tema del padre, dei rapporti col genitore, dei rapporti con l’autorità e dello svi­luppo dell’identità virile. Oppure un terzo che vedeva “uno scimmione” e poi, sotto l’effetto dell’ayahuasca dice: “emerge la potenza virile fallica ed io mi sento schiacciato; sarà mio padre che mi somiglia”. Il primo e il terzo ricordano padri autoritari, ma mentre il primo sembra non aver superato il rapporto di sudditanza, il secondo riconosce in sé la stessa potenza che vedeva in suo padre.

Un quarto soggetto, che nel primo test vedeva “un signore visto dal basso con un pene enorme”, nel test di picco elabora completamente la dinamica di riconoscimento/competizione/demolizione della figura paterna: “vedo lo stesso signore di prima; la coda non è un pene, ma una coda; i1 pene non ce l’ha; è appoggiato con dei piedoni su una lastra di vetro; io sono sotto la lastra; forse è appeso; impiccato; l’ho visto così, da piccolo, mio padre, da sotto in su; lo vedevo enorme; ora è sbudellato; rottami appesi; vestiti; non vedo bene la faccia; potrebbe essere legato ad un tronco”.

Le stesse dinamiche, riassunte in poche parole, si riconoscono nelle inter­pretazioni di un soggetto che prima vede “un mefisto” e poi “un uomo impalato; Dracula con stivali, pene floscio, esaurito”.

Oppure: “gatto Silvestro” e poi “gatto Silvestro schiacciato sotto un rullo compressore”. In un altro caso, l’ayahuasca fa emergere seri problemi di sviluppo dell’identità maschile e una presenza ancora forte della compo­nente femminile. Al test preliminare, il soggetto dice: “vedo una foglia secca; non so cos‘è questa parte superiore; è un condotto di qualche cosa; lo scarico di tutto o l’inizio di qualcosa” e poi nel test di picco dice: “mi aveva colpito questa parte in alto: vedo che tutte (le tavole) hanno in co­mune due metà; tutte in comune il simbolismo di un fiore in sezione o di un fallo femminile. Prima avevo visto la foglia secca; ora non mi colpisce più particolarmente”.

L’indebolimento delle censure o la comparsa di rimossi avveniva anche per altri temi psichici delicati, quali il sesso o la morte. Nella sesta tavola, un soggetto, nel test preliminare vede “un filetto di merluzzo spiaccicato” e poi “un morto; la morte qui; (la tavola) mette alla prova lo spirito di osser­vazione: prima non vedi, poi guardi e guardi; basta, ho visto troppo”.

Alla settima tavola, “due volti che urlano” diventano “due falli eretti uno contro l’altro”. Sempre nella settima tavola, un soggetto prima vede “due teste di bambina con le trecce” e poi viene “colpito, come nelle altre tavo­le, dalla giuntura, dove convergono le due immagini. in tutte c’è un punto di fusione e di separazione insieme, con aspetti cromatici bellissimi, inten­si”. Nell’ottava tavola un altro soggetto vede prima “degli animali” poi “un animale che divora tutto; divorare è il suo destino”.

Nella nona, “una pianta; un cactus” e poi “folletti con riso sardonico; un organo sessuale femminile con gambe aperte”.

Come si diceva più sopra, l’emersione di ricordi/associazioni e vissuti ri­guardanti il parto o il momento della nascita è stato un risultato parzialmen­te inatteso, da una parte perché nei test di Rorschach questi contenuti sono rari, dall’altra perché Grof aveva già segnalato un tale tipo di spinte psicodinamiche sia come effetto della LSD, che come effetto della respi­razione olotropica (il metodo di terapia da lui messo a punto) che come corollario abituale dei cambiamenti di stato di coscienza.

Nel materiale di questi esperimenti con l’ayahuasca risposte di tale tipo nei test di picco si sono avute in ben il 50 per cento dei soggetti. Per esempio, nella prima tavola, al test di base, un soggetto vede: “un muso di animale; una maschera minacciosa; due uomini che ballano; un animale che vola; un profilo maschile con nasone; una dea” mentre nel test di picco, coglie: “la dea di prima; un demone che vuoi fare paura ma non ci riesce; anzi, ha preso delle legnate in testa; non avevo notato le manine e la vulva tra le manine; esce... , bacino del sesso femminile, si apre verso il basso e qual­cosa esce, la nascita è un momento tremendo; l’asse centrale è impor­tante, ma non so perché”.

Un altro, nella sesta tavola, aveva visto: “una pelle distesa ad asciugare; organi sessuali maschili e femminili; una scultura” mentre nel test di picco dirà (ridendo): “è un uomo piccolo, piccolo con i piedi bianchi; brava la bernarda che lo libera”.

Un terzo, sempre nella sesta tavola, prima vede “una spada conficcata nel­la roccia” e poi “due piedi che provocano una lacerazione per uscire di qua” (indicando un punto della figura).

Mentre in alcune elaborazioni si è notata una certa continuità tra le associa­zioni durante il primo test e le elaborazioni nel corso del secondo, l’emersione di questi contenuti può avvenire anche solo nel secondo test e costituire un’interpretazione della tavola univoca e monotematica, come nel caso di questo soggetto che, nel test di base vede nella sesta tavola “una fata; un folletto che danza; due volti di lupi”, mentre nel test di picco la stessa tavo­la gli fa venire in mente “l’ingresso di un’apertura, la fessura è lunga e stretta; questa è una profondità (indica un punto della figura); potrebbe essere opprimente se i muri si incontrassero, ma non s’incontrano; se si incontrassero non avremmo più via di scampo; poi/a croce (indica di nuo­vo un particolare della tavola); si può morire o ci si può salvare; l’apertura ricorda l’utero”.

Le associazioni riguardanti il parto e il momento della nascita non venivano evocate da una tavola in particolare, ma potevano essere innescate da tut­te. Nell’ottava tavola, per esempio, una soggetto aveva visto: “due animali” mentre nel test di picco, gli stessi due animali diventano “animaletti che spingono e una lacerazione; sono tutti in fase di lacerazione; c’è anche qualcosa per raccogliere; i1 tunnel è necessario per fare nascere questi gatti”. Anche un altro soggetto, nella stessa tavola, prima dell’assunzione dell’ayahusca vede “due animali alle estremità; potrebbero essere due felini ma non vorrei sbagliare; no, due lontre” e poi nel test di picco vede “le stesse cose di prima” ma con “un bell’impatto colorato” e viene “colpi­to di più dalla colonna centrale attraverso la quale passa, può passare qual­cosa; scendere; uscire”.

Oppure dalla nona tavola, nella quale un soggetto al test di base vedeva “la radiografia di un bacino” e poi disse:”deve succedere qualcosa all’interno, come un calice che promette; come qualcosa in formazione; ora sta bene lì, poi dovrà nascere; sono più interessanti di prima (le tavole)”. Un’ultima serie interessante di contenuti che l’ayahuasca sembra slatentizzare riguar­da l’area magico-religiosa e spirituale. Anche questo risultato era parzial­mente atteso: non a caso il vino dell’anima è usato dagli sciamani come strumento professionale e dagli aderenti alla Uniao de Vegetao come po­zione iniziatica.

Tuttavia, anche molte altre sostanze hanno tale potere stimolante, tanto da essere state anche definite “enteogeniche”, ovvero “rivelatrici delle divinità interiori”, cosicché poteva sembrare un effetto psicodinamico scontato. In realtà, come si vedrà più avanti, la comparsa di un alto numero di interpre­tazioni/allusioni alle dimensioni trascendenti nei test di picco, confermava analoghe osservazioni di Stanislav Grof, non solo sugli effetti della LSD, ma anche sulla sua ipotesi che le modificazioni dello stato di coscienza dareb­bero luogo, obbligatoriamente, a quattro tipi fondamentali di esperienze: estetica, autobiografica, simbolica o transpersonale.

Tra gli esempi di que­sti avvenimenti psicodinamici si può citare il commento alla prima tavola di un soggetto che nel Rorschach in stato di coscienza ordinario vedeva “due angeli che si incontrano” e nel secondo test disse: “bella; la prima cosa che mi rimanda è un volto; un volto che mi fa capire che è possibile cono­scere una persona soltanto partendo dagli occhi”.

Oppure, di quell’altro soggetto che nella quinta tavola vide “una farfalla” e poi, nel test di picco disse: “un’immagine poetica di una farfalla notturna che vive nelle caverne, che ha come momento della propria vita la notte; ha una sua dignità nel contesto in cui vive; ho già avuto questa sensazione, di sentire il mio volo nella notte silenziosa.

Con l’ayahuasca sento le cose in modo concreto, materiale; sento la soli­dità della terra che ci accomuna. La farfalla è ancorata a questo habitat, così anche l’uomo. Vista dall’alto la terra è un sasso. Perché separare la farfalla dall’uomo? E tutto una cosa sola”.

O anche l’evoluzione associativa dei commenti all’ottava tavola di quel soggetto che nel pri­mo test vedeva “due orsi che si allontanano dalla preda già mezza mangiata, c’è il san­gue” e nel secondo elabora: “giaguari, e cie­lo in alto, che attrae, tocca i giaguari; manda­rino, simbolo complesso da decifrare; ecco perché iniziatica; storia dell’asse centrale; qui nel verde (indica un punto della tavola) si vede uno scheletro con uno strano pene”.

L’innesco delle esperienze transpersonali si poteva accompagnare a una vaga sensazione di smarrimento, così come potrebbe avvenire quando i punti di riferimento abituali perdono parte della loro potenza. Un soggetto diceva:

“vediamo se riesco a perdermi; è ricco di sug­gestione, è un mondo mitico; so che sto im­maginando; questo angelo potrebbe essere un extraterrestre calato nel nostro mondo; in questo momento mi sento parte della terra; se un globulo sanguigno si immaginasse di avere una vita propria, con /‘ayahuasca si ren­derebbe conto di essere parte di un tutto”.

O, per finire, il commento alla decima tavola di un soggetto che nel test di base vedeva “un guerriero samurai; la faccia” e nel test di pic­co vedeva “cose bellissime; armonia; simme­tria in sintonia con le forme naturali, come se vedessi cose da vicino; un torero; fiori; da vi­cino; troppo da vicino; diventano altro.... non so... ora...

Al di là delle possibili critiche metodologiche o della preliminarietà dei risultati, questa ri­cerca sugli effetti psicodinamici dell’ayahua­sca rappresenta una delle migliori iniziative della SISSC. L’idea di utilizzare il test di Rorschach prima e al picco degli effetti della bevanda è molto originale e meriterebbe di essere raffinata e perfezionata in modo tale da diventare un metodo corrente per lo studio delle sostanze psicoattive o di altri stati modificati di coscienza.

Raffinarla significherebbe, nel caso dell’ayahuasca, aumentare il numero dei soggetti sperimentali, tenerli all’oscuro degli scopi dell’esperimento (dicendo solo che assumeranno la pozione, ma non dando spiegazioni sul perché do­vranno subire il test di Rorschach né sul suo significato), elaborare accura­tamente, punto per punto, tutte le dinamiche e i temi che compaiono nei singoli test; elaborare statisticamente i dati; richiedere interpretazioni cro­ciate con altri esperti di Rorschach all’oscuro dell’esperimento; confronta­re questi con eventuali altri test eseguiti in stato di coscienza ordinaria, e così via.

Perfezionarla significherebbe standardizzare tutta la procedura, rispettando le regole della ricerca scientifica (per esempio, istituendo anche un gruppo di controllo), dosando il contenuto in beta-carboline e DMT, paragonandola con altre sostanze, e così via, mediante un lungo e faticoso lavoro che ri­chiederebbe impegno e continuità. Infatti, seppure preliminari, i risultati di questa ricerca hanno dimostrato che l’ayahuasca possiede un potente ef­fetto psicodinamico, tale da giustificare e confermare la fama di strumento iniziatico/evolutivo che le popolazioni amazzoniche e gli aderenti al Santo Daime o all’Uniao de Vegetao le attribuiscono.

Queste capacità riportano all’attualità l’idea di usare sostanze psicoattive come adiuvanti nelle psicoterapie. Già negli anni ‘60-70 Timothy Leary e Richard Alpert avevano proposto l’uso della LSD e successivamente altri quello del DMT o addirittura della ketamina. E stata chiamata “terapia psicolitica” e le poche esperienze disponibili dimostrerebbero che molte sostanze hanno gli effetti psicodinamici dimostrati dell’ayahuasca in que­sta ricerca.

Al di là delle difficoltà politiche e pregiudiziali che la terapia psicolitica su­scita, è chiaro che rappresenterebbe l’uso pratico degli stati modificati di coscienza in terapia, un metodo che le popolazioni tribali praticano da se­coli (anche se non è possibile parlare di psicoterapia) con risultati proba­bilmente soddisfacenti, visto che non l’hanno abbandonata.

È ben vero che forse non hanno di meglio, sia culturalmente che chimica­mente, ma non sarebbe la prima volta che l’esperienza empirica delle me­dicine primitive insegni qualcosa di “nuovo” alla medicina scientifica occi­dentale. Come si è più volte accennato, vari risultati di questa ricerca erano in parte attesi. Studiando più di cinquemila protocolli di seduta con la LSD, Stanislav Grof, infatti, si è convinto che tale molecola può dare luogo a quattro tipi diversi di esperienza:

1) estetica, che consiste nelle allucinazioni colorate e nelle trasformazioni psichedeliche degli oggetti della realtà esterna che tutti conoscono e che hanno ispirato il conio del termine “psichedelico”;

2) autobiografica, che consiste nell’emersione e nel rivissuto di memorie personali profonde riguardanti traumi, relazioni primarie, eventi affettivi, lutti e così via;

3) simbolica, nel corso della quale singole immagini assurgono al ruolo di messaggi plurivalenti, densi di significati reconditi sulla struttura della mente, su problemi psicologico/filosofici, sull’essenza delle cose e così via;

4) transpersonale, e cioè di contatto con dimensioni trascendenti, con il mito, con i piani ultraumani e con il significato religioso della vita.

Nelle singole sedute si possono vivere tutte e quattro le esperienze mischiate tra loro oppure una sola o due, con un grado di variabilità individuale legato principalmente a fattori personologici e psicodinamici.

Le esperienze autobiografiche sono spesso consistite in memorie straordi­nariamente precise degli eventi del parto e della nascita, con un evidente transito nell’esperienza simbolica.

La frequenza di questi ricordi era altissima, tanto che se un soggetto inge­risce più volte la sostanza, prima o poi ha questo tipo di esperienza. La memoria degli eventi è prodigiosa: in molte occasioni Grof ha controllato la verità di dettagli troppo precisi e inusuali per poterli ritenere allucinatori o inventati, interrogando le madri di coloro che li avevano avuti e spesso que­ste si sono meravigliate che i figli potessero sapere particolari del parto che esse non avevano mai loro raccontato.

Su tali basi, Grof sostiene che il parto e la nascita costituiscono una fonte di spinte psicodinamiche estremamente potenti, che agiscono per tutta la vita. Ogni fase del parto può dare origine a vissuti traumatici molto vividi che finiranno per funzionare come cause occulte per angosce, malesseri e vari disturbi psicologici collegati simbolicamente agli incidenti avvenuti in una delle fasi del parto. Queste sono quattro.

Nella prima, che viene detta anche “nirvanica”, il feto, che vive in uno stato beatifico, cullato nel liquido amniotico, nel buio e nel silenzio, nutrito e ri­scaldato, galleggiando leggero nel nulla, può essere disturbato da eventi chimici (scariche di adrenalina, intossicazioni materne, asfissia o penuria di ossigeno), meccanici (traumi) o altri meno chiari che vengono (ardita­mente) ipotizzati sulla base di una presunta comunicazione tra madre e feto che avverrebbe per canali misteriosi, ancora da scoprire.

La seconda fase del parto è quella nella quale, all’improvviso, lo stato nirvanico viene interrotto e iniziano le contrazioni del travaglio. Il feto si sente scacciato, schiacciato, e (forse) rifiutato. La minaccia di morire stri­tolato lo induce a cercare una via d’uscita e a impegnarsi con tutte le sue risorse in una fuga difficilissima e faticosissima.

Nella terza fase si verifica il passaggio attraverso il canale del parto, che viene ricordato spesso come il transito attraverso un “tunnel” angusto e interminabile, con la sensazione che il passaggio possa interrompersi da un momento con l’altro e si resti imprigionati fino a morire.

La quarta fase, quella finale, dopo l’espulsione del feto, è caratterizzata dal primo respiro, dal freddo, dai rumori, dal taglio del cordone ombelicale e dalla sensazione che da lì in avanti occorrerà cavarsela solo con le proprie forze. Tutto il parto è caratterizzato da un rapporto di alleanza/assistenza che la madre con la sua abilità e serenità nel partorire, trasmette misterio­samente al feto. Grof ha chiamato le quattro fasi “matrici basali perinatali” e ha ricostruito fase per fase una presunta influenza dei vissuti soggettivi in ognuna di esse sullo “stile” psicologico, le tendenze, i comportamenti e i disturbi degli individui. E una teorizzazione ardita, che la psicologia acca­demica rifiuta sdegnosamente e che, comunque, non ha ancora ricevuto un’adeguata conferma sperimentale. Nella ricerca sull’ayahuasca, quindi, i ricordi e i commenti sulla nascita e il parto sono stati molto importanti, sia perché hanno confermato le osservazioni di Grof, sia perché dimostrano che anche altre sostanze possiedono lo stesso drive psicodinamico e per­ché rendono più credibile la teorizzazione successiva di Grof sulla struttura dell’inconscio.

Infatti, poiché gli stessi tipi di esperienza si verificano anche in seguito alle sedute di “respirazione olotropica”, un metodo per provocare modificazioni dello stato di coscienza che Grof ha sviluppato per poter fare a meno di innescatori chimici, Grof ha pensato che ogni modificazione dello stato di coscienza sfoci obbligatoriamente in una delle quattro possibili esperienze scoperte con la LSD. Anche questa è un’idea che dovrà essere sottoposta a verifica sperimentale e ciò richiederà tempo, impegno, lavoro e “fede” nelle intuizioni di Grof. In ogni caso, gli esperimenti con l’ayahuasca di cui si è riferito giustificano le credenze sulle sue proprietà iniziatico/evolutive e sul­la sua potenza psicodinamica.

 

Da: ALTROVE 6 - rivista della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza

                              (http://www.ecn.org/sissc/altrove.html)



 

 

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