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Corso di parapsicologia


Dott.Felice Masi

A.I.S.M.  Associazione  Italiana  Scientifica  di  Metapsichica
Già Società Italiana di Metapsichica (S.I.M.) fondata a Roma il 26 maggio 1937 dai dottori
Emilio Servadio, Ferdinando Cazzamalli, Giovanni Schepis e Luigi Sanguineti. La parapsicologia (raramente detta metapsichica) è la disciplina che si propone di studiare con metodi scientifici tre categorie di fenomeni anomali: poteri psichici, interazione tra mente e materia e sopravvivenza alla morte. La parapsicologia non è lo studio di ogni fenomeno paranormale, nonostante si occupi di dimensioni e di fenomeni inerenti a processi estranei alle comuni e note leggi fisiche e alle esperienze sensoriali, ma comunque attribuibili alla psiche dell'uomo.

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di Antoine Fratini
 Psicoanalisi e inquisizione
 di Antoine Fratini

fonte: vertici.com

Da sempre la psicoanalisi in Italia è oggetto di accese polemiche. C’è chi le nega uno statuto scientifico, chi l’accusa di essere pansessualista, chi mette in dubbio la sua efficacia, chi da’ il suo avvenire per spacciato di fronte all’avanzata delle neuroscienze e delle psicoterapie… Ma gli psicoanalisti italiani devono purtroppo difendersi da un altro pericolo ben più grave: l’atteggiamento inquisitorio dell’Ordine degli Psicologi. In effetti, da molti anni ormai questi continua imperturbato a sporgere segnalazioni e denunce nei confronti di psicoanalisti non allineati alla politica terapeutica dominante, il che ha finito per creare un vero e proprio clima di terrore (nota 1). Divulgare senza mezzi termini questa situazione problematica che si è venuta a creare in Italia nei confronti degli psicoanalisti ci permetterà nella stessa occasione di tornare brevemente sulla questione circa la natura e gli scopi specifici della psicoanalisi in un periodo storico in cui questa rischia di perdere la propria specificità e di farsi inglobare da altre discipline.

A secondo delle nazioni e delle culture, sono diverse le discipline che maggiormente tentano di sedurre la psicoanalisi. Come è noto, negli USA è stata la medicina ad annettersi sin da subito la psicoanalisi riducendola a mero strumento della psichiatria. Questa operazione, che ha in pratica impedito l’instaurarsi e lo sviluppo della psicoanalisi in America, in una certa misura tende ora a verificarsi anche in Europa (nota 2). Tuttavia, in Italia è soprattutto la psicoterapia a tentare di mettere le mani sulla psicoanalisi. E in gran parte ci è già riuscita. Complice una pessima legge sulla regolamentazione delle professioni di psicologo e psicoterapeuta che può addurre ad interpretazioni fuorvianti o addirittura tendenziose della psicoanalisi stessa. Dalla introduzione della legge “Ossicini” nel 1989 la maggior parte delle associazioni psicoanalitiche hanno creduto di doversi adeguare ai criteri della stessa legge trasformandosi di fatto in associazioni e scuole di “psicoterapia analitica”. Non si tratta semplicemente di una differenza di terminologia, ma anche di etica, di pratica, di contratto… Così, se non fosse per alcune associazioni che coraggiosamente si sono mantenute coerenti con il loro statuto, la psicoanalisi in Italia sarebbe già scomparsa. Anche il cosiddetto counseling filosofico può in qualche modo essere annoverato nella cerchia di quelle discipline che pensano di potere usare la psicoanalisi per scopi non propriamente analitici. Per esempio, è possibile attingere alla teoria psicoanalitica per dare consigli su come considerare una situazione o affrontare un problema. Ma tale procedimento non può essere seriamente paragonato alla psicoanalisi.

Occorre quindi tornare nuovamente sulla questione della natura e degli scopi specifici della psicoanalisi oggi. Come suggerisce il termine stesso, la psicoanalisi si propone l’analisi della psiche, ovvero dei pensieri, degli affetti e dei desideri del soggetto. Ora, l’analisi è un procedimento tipico della scienza in generale che consiste nel separare i vari elementi di un sistema per poterne studiare le relazioni causali. Nel caso specifico della psicoanalisi trattasi di combinazioni di significanti inconsci. Il noto metodo psicoanalitico delle libere associazioni rientra in quel tipo di procedimento e contribuisce a specificare la psicoanalisi come scienza il cui oggetto di indagine è, appunto, l’inconscio nei suoi rapporti con la coscienza.

Non tutti però la pensano in quel modo. C’è chi sostiene invece che la psicoanalisi consiste in una forma di psicoterapia perché le persone vanno in analisi cercando un sollievo al loro disagio. Questa opinione è piuttosto diffusa. In realtà, come lo stesso padre della psicoanalisi Sigmund Freud sosteneva, la cura non rappresenta lo scopo dell’analisi, ma interviene come effetto quasi accessorio del lavoro di indagine psicoanalitica. Per trovare soluzioni adeguate e personali ai propri problemi il soggetto ha prima bisogno di capirli, così come ha bisogno di capire che cosa i sintomi di cui soffre vogliono dire per lui. In qualche modo il sintomo deve prima passare nel registro della parola e quindi della coscienza per smarrire la propria forza coattiva nevrotica. Occorre quindi insistere sul fatto che oggigiorno, soprattutto (ma non solo) in Italia, esiste la psicoanalisi nei suoi vari indirizzi teorici, e esiste la psicoterapia analitica (o psicoanalitica). Quest’ultima, come ogni psicoterapia, offre la terapia, quindi la cura del sintomo, mentre la prima si prefigge l’analisi dell’inconscio e quindi la consapevolezza del soggetto.

A mio parere, tutte le pratiche dichiaratamente psicoterapiche prescindono da tale procedimento e si basano su contratti terapeutici estranei alla psicoanalisi. Quali possono essere, allora, i segni atti ad indirizzare l’utente verso la psicoanalisi? Questa domanda permette di specificare che dovrebbe trattarsi propriamente di una scelta basata su indizi quali il bisogno di parlare, di trovare un degno interlocutore che sappia ascoltare, di capire che cosa succede realmente dentro di sé, di scoprire i significati dei propri disagi e di certe situazioni problematiche che si ripetono nella propria vita. L’utente delle psicoterapie è in diritto di aspettarsi una prestazione di tipo curativo proprio perché questa finalità è parte integrante del contratto stipulato con lo psicoterapeuta. Lo stesso discorso non vale per l’utente psicoanalitico che è invece in diritto di aspettarsi di giungere ad una migliore comprensione di sé e dei propri problemi. Che questa migliorata comprensione rechi allo stesso tempo sollievo non è significativo per la nostra questione in quanto trattasi appunto di effetto logico, non del risultato di un intervento finalizzato alla cura. Pertanto, sarebbe bene che l’Ordine degli Psicologi prendesse maggiormente sul serio la sua funzione istituzionale e si adoperasse per dare le giuste informazioni affinché gli utenti possano effettivamente scegliere con maggiore consapevolezza la strada da intraprendere. Purtroppo, sinora non è stato così. Per esempio, a uno studente che si rivolge all’Ordine per sapere quale è l’iter da seguire per diventare psicoanalista viene immancabilmente risposto che occorre una laurea in psicologia o in medicina e una specializzazione in psicoterapia. Il che è semplicemente falso in quanto l’attività psicoanalitica in Italia non è regolamentata da nessuna legge specifica, come anche l’Ordine sa bene visto che un suo esponente lo ha affermato nero su bianco in una intervista rilasciata ad un giornalista e poi pubblicata sulla Gazzetta di Parma (nota 3).

Oggi, in Italia e non solo, esistono un sacco di psicoterapie spicce che promettono guarigioni veloci e poco impegnative da situazioni che vengono scambiate, spesso volutamente, per malattie vere e proprie. Ciononostante, il fatto che a tutt’oggi un numero comunque consistente di utenti continuano a preferire la psicoanalisi tende a confortare la tesi secondo la quale intraprendere un’analisi rileva di una scelta, che questa sia consapevole o meno.

Anche se il parere appena espresso è largamente condiviso dalla comunità psicoanalitica, l’Ordine degli Psicologi da molti anni si comporta come se fosse detentore di un sapere assoluto sulla psicoanalisi e si permette di denunciare gli psicoanalisti liberi che non condividono l’assimilazione della loro disciplina alla psicoterapia. Nella vicenda giudiziaria narrata nel mio penultimo libro (nota 4) e che è durata circa dieci lunghi anni, me ne sono successe di tutti i colori. Sono stato oggetto di segnalazione al NAS da parte dell’Ordine, indagato, accusato di abuso di titolo di psicoanalista quando è risaputo che il titolo in questione nemmeno esiste; di abuso della professione di psicologo senza che mi fossi mai presentato come tale e senza mai avere svolto quella attività; trattato da criminale, pedinato, perseguitato, diffamato… Rimane però la consolazione dei miei tre processi vinti. Il fatto che, nonostante la propria dichiarata convinzione, l’Ordine in questa vicenda (come in tante altre simili) non si sia mai costituito parte civile, ma si sia limitato a puntare il dito lasciando andare avanti la Procura, ricorda da vicino la logica delatrice in auge ai tempi dell’inquisizione, quando le presunte streghe venivano additate da malintenzionati e poi “interrogate” e “giustiziate” da un Sant’Uffizio in mano a religiosi fanatici perché sopraffatti dai propri dubbi. Così rintanato e protetto nella sua roccaforte istituzionale, l’Ordine non ha niente da perdere nell’assumere questo tipo di atteggiamento. Salvo la faccia, s’intende. Questo sta a dimostrare che quel che siamo soliti chiamare “inquisizione” non è tanto una istituzione del passato quanto un atteggiamento che, come tale, può assumere forme sempre nuove ed imprevedibili. Compito di ogni intellettuale, così come, direi, di ogni cittadino, è vigilare affinché queste forme d’intolleranza non passino inosservate. Applicando lo stesso ragionamento, è gioco forza pensare che la politica dell’Ordine nei confronti degli psicoanalisti non allineati sia il frutto di reazioni fanatiche tese a reprimere forti dubbi circa la tesi dell’assimilazione della psicoanalisi alla psicoterapia.

Ora però, questa sentenza definitiva pronunciata in Maggio 2009 dalla Corte d’Appello di Bologna va a costituire un precedente rilevante dal punto di vista giuridico che potrà essere richiamato dagli psicoanalisti liberi in caso di bisogno. Più in generale, credo che l’intera vicenda, comprese quelle argomentazioni che su di essa si basano e che sono contenute nella seconda parte mio libro, possa servire a chiarire una volta per tutte quali siano le differenze tra psicoanalisi e psicoterapia. Tale valenza, del resto, non è limitata all’Italia. Il libro è stato pubblicato anche in Francia dove sta diventando un punto di riferimento in vista della futura regolamentazione delle discipline del campo psicologico che ancora manca in quel paese.

Note

Nota 1. Per esempio, ho saputo che di recente una psicoanalista di una nota associazione milanese ha interrotto ogni rapporto con una sua allieva perché questa è indagata per abuso della professione di psicoterapeuta.

Nota 2. Il libro del luminare della psichiatria francese G. Darcourt, La psychanalyse peut-elle encore être utile à la psychiatrie? (Odile Jacob, Paris 2006) è alquanto significativo a questo riguardo.

Nota 3. Psicoanalisi e professione, Gazzetta di Parma, 20 Marzo 2004.

Nota 4. A. Fratini, Psicoanalisi sotto tiro, E.Folci Ed., Macerata 2009.


titolo: Psicoanalisi e inquisizione
autore: Antoine Fratini
argomento: Psicoanalisi
fonte: Vertici Network
data di pubblicazione: 10/11/2009


 

 

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